jueves 9 de febrero de 2012

Sembra vero, anzi è falso

Un dossier svela giochi di potere dietro gli abusi attribuiti al regime: c’è il confronto tra opposte correnti all’interno del mondo islamico ma anche interessi geopolitici forti entrati già in azione in Libia.

Ma cosa sta succedendo in Siria? I media occidentali riflettono unanimi l’immagine di un regime spietato che spara impietosamente sui civili che scendono in piazza reclamando riforme democratiche. E’ l’immagine che vogliono presentare i governi interessati alla caduta di Bashar al-Assad, sia tra gli stessi membri della Lega Araba, primi fra tutti la dinastia saudita e il Qatar, e poi Stati Uniti, Francia, Regno Unito e gran parte dell’Occidente. Ma in realtà le manifestazioni in sostegno di Assad rivelano come sia ben lungi dall’essere ripudiato dalla maggioranza dei cittadini. Tanto la maggioranza sunnita, come la minoranza cristiana, sarebbero certamente a favore di un cambio di regime, ma non nei modi che si stanno prospettando e ancor meno in modo cruento. Una «guerra civile provocherebbe centinaia di migliaia di morti», chiarisce a Città Nuova una fonte consultata. Non è dunque vero sostenere che la gente sia disposta a sollevarsi con le armi contro un regime che, va detto, non è certo un modello di democrazia al quale i venti della primavera araba avrebbero dovuto e potuto consigliare una maggiore apertura.

Il dossier Le segnalazioni di gruppi infiltrati in territorio siriano non è una novità al di fuori del mainstream informativo. Ed anche le versioni su chi sta sparando sulla folla sono da tempo discordanti. La stessa Lega Araba ha inviato sul posto 166 osservatori per rilevare cosa stesse accadendo (1). Il loro dossier presenta un quadro abbastanza dissimile da quanto viene diffuso dalle cancellerie dei governi e, di rimando, dai media. Infatti, il documento è passato sotto silenzio sebbene al suo interno viene messa in discussione la notizia che il governo abbia operato una organizzata e letale repressione. Vengono attribuiti ad alcune bande sospette l’assassinio di centinaia di civili e di migliaia di soldati; bande che sarebbero dietro ad attentati con bombe negli autobus di linea, sui treni che trasportano gasolio, su ponti e condutture.

Come in Libia Il copione non è molto dissimile da quello applicato in Libia, dove pure all’improvviso è sorta una guerriglia armata in un Paese dove l’opposizione non sembrava estremamente attiva. La presenza di elementi di servizi di intelligence e forze speciali straniere è stata rilevata più volte, oltre alla presenza di gruppi di miliziani considerati vicini ad Al Qaeda dalle stesse Nazioni Unite.
Oggi la Siria è parte di uno scenario all’interno del quale avviene un doppio scontro, espressione di una problematica complessa.
Il primo è tra differenti correnti interne al mondo islamico, concretamente sciiti e sunniti. Nei governi a maggioranza sunnita, come l’Arabia Saudita, non è visto di buon occhio l’aumento dell’influenza sciita nel mondo arabo attraverso il regime iraniano, che però raccoglie simpatie popolari per la sua ferrea opposizione allo stile di vita occidentale. Il regime di Teheran non fa mistero del suo progetto di esportare la rivoluzione khomeinista all’interno dell’Islam (e dell’appoggio a gruppi come Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza). Il sunnismo wahabita di Ryad considera eretica la sorta di mediazione tra il sacro e il profano degli ayatollah e vi si oppone. A suo tempo la casa Saudita finanziò con 30 miliardi di dollari la guerra tra Iraq e Iran negli anni ‘80. Per Renzo Guolo, docente di Lettere e Filosofia all’università di Padova, “lo sciismo come religione di minoranza e come religione degli oppressi, in qualche modo ha trovato un alfiere nella repubblica islamica iraniana” (2).

L’alleanza con l’Iran La Siria è il principale alleato del governo iraniano. Rappresenta un caso anomalo, perché la maggioranza sunnita della popolazione (70 per cento) è governata dagli alawiti (12-13 per cento). E si sa che la Siria è un tassello centrale nel mondo mediorientale, da qui la sua importanza strategica. «Gli alawiti, cui è legato Assad provengono da una storica corrente dello sciismo e quindi è evidente che c’è affinità religiosa molto forte. C’è anche una forte affinità politica, considerando che l’Iran e la Siria hanno un patto militare che li sorregge. Quindi una caduta del regime a Damasco avrebbe effetti non solo su Israele ma anche sull’Iran», conclude Guolo (3). E va tenuto presente che l’attuale situazione è vista con favore da settori dell’islamismo siriano più radicale, come salafiti e Fratelli mussulmani, che sanno bene di essere i possibili eredi dell’attuale regime, come è già accaduto in altri Paesi arabi.

Su questa questione a sfondo religioso, s’innesta la dimensione geopolitica del problema. A nessuno sfugge che indebolire questo alleato dell’Iran significa indebolire il regime degli ayatollah, un obiettivo che la Casa Bianca annovera tra i principali. Lo favorisce senz’altro la poca prudenza dimostrata dal presidente Ahmadinejad nelle sue dichiarazioni assurde, negando la Shoà e predicando la distruzione di Israele. Ma il fatto di essere disposti a una politica spregiudicata riguardo all’Occidente, da un lato e la crescita del rapporto commerciale con la Cina – che ha firmato un contratto per l’uso di gran parte della produzione di gas e petrolio iraniano per i prossimi 25 anni – sono motivi che pesano in modo notevole su Washington.

La Russia non sta in disparte La Russia, alleato storico della Siria, che ha già constatato fino a che punto la Nato è disposta a neutralizzare avversari come la Libia (erano russi i satelliti che hanno smentito la falsa versione di bombardamenti aerei contro i civili a Bengasi) non vede certo di buon occhio una destabilizzazione della Siria in un area vicina alle sue frontiere; teme poi che il conflitto possa estendersi, ad esempio, al Libano.
E attenzione che non è solo in Siria che si sta agendo in base alla ragion di Stato, prescindendo dalle vittime che provocano decisioni come quella di scatenare una guerra civile. In Iran sta avvenendo qualcosa di simile. Col titolo di “Falsa bandiera”, su Foreign Policy, Mark Perry presenta un resoconto dell’infiltrazione del Mossad dell’organizzazione Judallah attiva in Iran (4). Il rischio di un conflitto è dunque più vicino di quanto si pensi.
Una situazione pertanto delicata, mentre i motivi di fondo restano sommersi dal linguaggio diplomatico e dal controllo sull’informazione. In queste condizioni la strombazzata difesa dei principi democratici in Siria occulta un futuro almeno incerto.
Sul piano internazionale la costruzione di autentici progetti politici per affrontare un villaggio globale sempre più complesso si fa ancora attendere.

(1) Report of the Head of the League of Arab States Oberserver Mission to Syria for the periodo from 24 December 2011 to 18 January 2012.
http://www.columbia.edu/~hauben/Report_of_Arab_League_Observer_Mission.pdf
(2) Sciiti e sunniti nell’epoca di Assad , sul mensile della ong Emergency, E-on line:  http://www.eilmensile.it/2011/12/24/sciiti-e-sunniti-nellepoca-assad/
(3) Ibid.
(4) False flag, Foreign Policy, 13 gennaio 2012.
http://www.foreignpolicy.com/articles/2012/01/13/false_flag

martes 7 de febrero de 2012

Artico: una zona calda?

La riduzione dei ghiacci nel mar Glaciale Artico sembra accelerare. Diventano accessibili importanti giacimenti di gas e petrolio e nuove rotte commerciali. La questione delle acque territoriali.

Alla fine, il famoso passaggio a nord ovest è stato trovato. Ma non per merito di qualche intrepido viaggiatore, quanto piuttosto per effetto dell’accelerato scioglimento dei ghiacci del polo nord. Secondo vari centri di ricerca che seguono l’evoluzione dei ghiacci dell’Artico, nell’estate 2011 si è registrata la maggiore diminuzione dal 1979. Il fenomeno non lascia tranquilli gli scienziati, dato che nel 2007 è stata registrata l’altra maggior riduzione e non è facile prevedere gli effetti complessivi del fenomeno. Non manca chi considera catastrofica la loro sparizione.
“Buone notizie” (data la premessa le virgolette sono d’obbligo) per le compagnie di navigazione che potranno passare dall’Atlantico al Pacifico senza attraversare il canale di Panama, quindi risparmiando almeno 4 mila km. E si riducono del 40 per cento le distanze tra Europa ed Asia rispetto alla rotta che passa per il canale di Suez.
I ghiacci attorno al Circolo polare artico non sono stabili come quelli dell’Antartide perché le temperature, per effetto del clima marino, sono meno estreme. Durante l’inverno aumentano notevolmente per poi ridursi durante l’estate, raggiungendo la minima estensione nel mese di settembre. Nel 2011 l’estensione minima (4,3 milioni di chilometri quadrati), è stata ben al di sotto dei normali (4,6 milioni). Secondo alcuni modelli climatici, nel 2100 l’Artico potrebbe perdere tutta la sua copertura di ghiaccio estivo. Secondo il National snow and ice data center (Nsidc), l’anno record negativo del 2007 è stato caratterizzato da combinazioni climatiche che favorivano lo scioglimenti dei ghiacci, ma anche nel 2011, nonostante sia stato un anno più normale dal punto di vista climatico, il riscaldamento dell’Artico è proseguito.
Per James Overland, della National oceanic and atmospheric administration Usa (Noaa) «non è un evento casuale, ma un cambiamento a lungo termine del clima artico».
Si terrà conto di questa realtà che può influire sul clima globale del pianeta o i governi agiranno abbagliati solo da questo «formidabile teatro di operazioni dotato di un importante potenziale minerario», come scrive Alexandr Latsa editorialista di Ria Novosti?
Il riscaldamento globale nella regione artica, infatti, sta aprendo nuove diatribe tra i Paesi le cui coste si affacciano sulla regione: Russia, Stati Uniti, Canada, Danimarca e Norvegia. Il ritiro dei ghiacci sta rendendo raggiungibili importanti giacimenti di petrolio e di gas: si stima che nell’Artico vi sia circa il 22 per cento delle risorse mondiali di petrolio e di gas. Non a caso, i russi, in modo unilaterale, hanno già piantato la loro bandiera nei fondali della zona ancora controversa dell’Artico.
Ad ogni modo, conviene tener presente che non si tratta di uno sfruttamento facile: i ghiacci si sciolgono ma le temperature sono ancora proibitive e la tecnologia per realizzare impianti di estrazione non è disponibile a tutte le compagnie petrolifere. La stessa Russia sembra orientarsi su joint venture, con soci di altri Paesi.
In base al diritto marittimo, l’Artico è considerato alto mare, quindi nessuna sovranità può essere reclamata. Ciascun Paese conserva una zona economica esclusiva di 200 miglia marittime dalla costa, che può essere estesa anche oltre se si può provare la continuità della piattaforma continentale fino alla zona oggetto del reclamo. È quanto stanno cercando di dimostrare i russi nel caso della dorsale Lemonosov, andando più in là dello stesso Polo, oltre a considerare di propria pertinenza il triangolo formato da Polo Nord e regioni costiere site all’estremo nord ovest, Murmansk, e nord est, Chokotski, del suo territorio.
Mosca ha assunto una posizione energica sulla questione: nel 2010 ha dichiarato che trattandosi di una questione di sicurezza nazionale «non si esclude l’uso della forza per risolvere controversie che potrebbero sorgere nella battaglia competitiva per le risorse naturali». Ma a dire il vero, lo stesso Putin in occasione del summit celebrato a Mosca lo scorso settembre, dal titolo “Artico: territorio di dialogo”, ha dichiarato di non aver dubbi che gli «attuali problemi nell’Artico possono essere risolti con spirito di collaborazione, attraverso negoziati e sulla base delle norme internazionali vigenti», riaffermando una tradizione di politica estera costruita sul rispetto delle norme giuridiche. Inoltre, proprio il manifestarsi di possibili divergenze future, ha aiutato Russia e Norvegia ad accordarsi su alcune questioni territoriali nel mare di Barents, che perduravano tra i due Paesi fin dagli anni Cinquanta.
La necessità di costosi investimenti e il ricorso a tecnologie di estrazione avanzate, sta infatti facendo convergere gli interessi di vari altri Paesi dotati di capitali e metodi estrattivi, tutto sommato favorendo una cooperazione che potrebbe avere come effetto quello di mitigare eventuali contrasti.
Per Lev Voronkov, esperto russo di Artico, in questo scenario «nessun problema può essere risolto da un Paese solo. È indispensabile cooperare, ed è specialmente controproducente il confronto militare».
La sempre maggiore interdipendenza tra i Paesi, trova in scenari del genere una ulteriore conferma. Forse si potrebbe far tesoro della lezione appresa dalla Guerra Fredda: gli accordi sono sempre migliori delle prove di forza.

martes 31 de enero de 2012

Falkland o Malvine?

Questo arcipelago sito ai confini del mondo è ancora conteso dalla Gran Bretagna e l’Argentina. Difficile che motivi nuovi conflitti, ma superare la disputa aiuterebbe a migliorare i rapporti tra due popoli.

Le imbeccate reciproche tra le diplomazie di Londra e di Buenos Aires sono ultimamente se non all’ordine del giorno, quasi. La questione è quella di sempre. L’Argentina non tralascia occasione per ribadire il reclamo della sua sovranità sulle isole Malvine. Il governo di Sua Maestà non ha intenzione alcuna di riconoscerla.
A suo tempo le Nazioni Unite avevano auspicato che i due Paesi arrivassero a una definizione della questione nel rispetto degli interessi degli abitanti delle isole. Purtroppo però il triste e folle episodio della guerra per le isole scatenata durante l’ultima dittatura argentina, svoltasi durante l’autunno australe del 1982, avendo per teatro precisamente il conteso arcipelago, oltre a provocare una inutile carneficina da entrambe le parti, ha messo in congelatore le possibilità di una soluzione negoziata.
Ma di chi sono le isole Malvine? Sì, Malvine, secondo la dizione spagnola che, peraltro prende origine dai marinai di Saint Malo, malouines, che erano soliti fare scalo nelle isole. Il diritto internazionale in materia suole ricorrere in prima istanza agli avvistamenti cristallizzati in seguito nelle carte nautiche per stabilire il diritto che scaturisce dallo scoprimento di un territorio. Ma qui bisogna ritornare indietro nel tempo per ricordare che la questione venne definita col trattato di Tordesillas sancito nel 1494 tra Fernando e Isabella re di Castilla ed Aragon ed il re Giovanni II del Portogallo e arbitrato da papa Alessandro VI. Il trattato stabiliva le rispettive aree di influenza della corona spagnola e quella portoghese rispetto al nuovo mondo. Erano passati appena due anni dall’arrivo di Colombo in America. L’Atlantico sud apparteneva chiaramente all’area di influenza della corona spagnola. Anche se non si sa con certezza chi avvistò per primo le isole, fu in ogni caso prima del 1592, il che mette in fuori gioco ogni altra teoria al riguardo dato che esistono almeno 30 carte geografiche precedenti a tale anno che indicano la scoperta e la registrazione delle isole. L’attenzione britannica per le isole sorge nel secolo XVIII, quando per continuare le azioni di disturbo nei confronti degli spagnoli lungo le coste del Cile, la flotta britannica cercò un riparo sicuro alle navi che fossero stare ricacciate dalle  tempestose acque che all’altezza del Capo Horn rendono improbo il passaggio dall’Atlantico al Pacifico. Nel 1770 Madrid ordinò alle autorità di Buenos Aires di provvedere allo sgombero dell’insediamento britannico nelle isole, cosa che venne eseguito prontamente. Ne sorse una questione che, per quieto vivere ed anche nel dubbio di non avere la forza di difendere il proprio diritto, alla fine Madrid concesse ai britannici l’uso delle Malvine ma lasciando ben in chiaro e documentato che ciò non inficiava in alcun modo la sovranità della corona spagnola sull’arcipelago. Tale diritto, ovviamente, venne trasmesso anche nella fase di secessione degli stati dell’ America del Sud dalla casa dei Borboni durante la prima metà del 1800, quando poco a poco si costituirono Argentina, Cile, Perù, Colombia, ecc.
Oggi la questione è diventata più complessa.
Sebbene il Foreign Office abbia ammesso di non possedere argomenti di peso per rivendicare la sovranità sulle isole, uno degli effetti del conflitto del 1982 fu quello di concedere la cittadinanza britannica ai kelpers, gli abitanti dell’arcipelago. Il che oppone una seria difficoltà a un argomento del governo di Sua Maestà che fa leva sul diritto all’autodeterminazione dei popoli. Infatti, dato che si tratta di cittadini britannici, i kelpers non possono far ricorso a questo diritto, ossia, non sono parte in causa. Da parte loro, gli isolani non hanno la benché minima intenzione di appartenere all’Argentina, per questioni culturali, data la loro discendenza britannica, soprattutto scozzese, e anche per ragioni di maggiore stabilità economica del Regno Unito. Il reddito procapite dei kelpers è di 28.000 dollari l’anno, uno dei più alti al mondo e ciò si deve ai benefici derivanti dalle concessioni di diritti di pesca del calamaro atlantico nelle acque della zona, oltre ai proventi provenienti dall’allevamento di ovini, della renna e della lana ed in parte all’agricoltura. La possibilità di rinvenire giacimenti petroliferi, attualmente sono in corso trivellazioni, ha aggiunto non poca quota di tensione nelle relazioni tra Buenos Aires e Londra, ma aumenterebbe la ricchezza dei 3000 abitanti delle Malvine che oggi si sentono protetti dalla importante base militare installata nell’arcipelago.
Una escalation armata della contesa sembra proprio da escludersi, pertanto la questione dovrebbe restare nell’ambito diplomatico in ogni caso con qualche corto circuito verbale. Non è da escludersi, dato che in questa fase storica siamo in piena corsa alle risorse energetiche da parte delle grandi potenze, tra cui e in prima linea il Regno Unito. Ovviamente, se si vuole arrivare a un qualche risultato, le buone maniere sono d’obbligo lasciando da parte gli eccessi verbali così frequenti tra le autorità argentine, non sempre dotate di flemma britannica. Ciò nonostante, andrebbe auspicata la modifica dello status giuridico di questo residuo imperialista, che fa a pugni con le idee di cooperazione tra popoli, garantendo ai kelpers una autonomia politica e amministrativa consolidata negli anni ed all’Argentina una sovranità i cui vantaggi fanno parte di criteri di elementare buon senso. Il diritto, anche quello internazionale, parte sempre da li.

Caspio: mare o lago?


Non è ancora stato definito lo status giuridico di questo bacino interno, il più grande del mondo, ricco di petrolio e di gas.

Un altro degli scenari del grande gioco e dove si gioca la partita dello sfruttamento e del trasporto di petrolio e gas è quello del bacino del Mar Caspio. Vi si affacciano: Russia, Iran, Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakhstan e si stima che contenga il 3% delle riserve mondiali di greggio ed il 4% di quelle di gas.
Si tratta del più esteso bacino di acque salate del mondo, con i suoi 371.000 km2 di superficie, lungo 1200 km e largo al massimo 400 km circa. Riceve acqua da fiumi come il Volga e l’Ural ma non possiede un emissario (tecnicamente è un bacino endoreico).
Una prima questione riguarda precisamente la sua natura geografica e può dare adito a tensioni. Infatti, se lo status di questo bacino venisse definito come lago reggerebbero le norme del diritto internazionale consuetudinario, mentre nel caso lo si riconosca come un mare, sarebbe vigente il diritto marittimo internazionale. Durante i secoli la Russia zarista e la Persia, e successivamente l’Unione Sovietica e l’Iran, avevano risolto attraverso trattati lo sfruttamento delle acque pescose e delle riserve naturali. Attualmente, infatti, i due Paesi hanno interessi coincidenti con importanti scambi commerciali. Mosca spesso non ha preso parte alle manovre volte a isolare politicamente l’Iran.
Dopo lo scioglimento della URSS la questione si è fatta più complessa dato che sono apparsi nuovi Stati rivieraschi: Azerbaigian, Kazakhstan e Turkmenistan, i quali rivendicano altri criteri per la suddivisione dell’uso delle acque e dei fondali, considerando che quelli vigenti non li beneficiano. La proposta iraniana di un uso in condominio non è accettata da tutti, i russi propongono di risolvere di volta in volta i le singole questioni, stabilendo acque territoriali e accordando lo sfruttamento del resto dello specchio d’acqua, mentre i fondali andrebbero suddivisi tra i cinque Paesi rivieraschi. Gli altri tre Paesi, con qualche differenza, accetterebbero una definizione di mare chiuso assegnando con precisione i fondali sulla base delle linee mediane.
Finora non ci sono state grosse tensioni sul tema ed è probabile che, se non intervengono ulteriori fattori esterni, la questione mantenersi in equilibrio o anche giungere a una soluzione. Ma bisogna tenere conto dello scenario generale della produzione di idrocarburi. Mentre la domanda appare in aumento, grazie alla crescita di Cina e India in modo speciale, l’offerta produttiva non è detto che segua questa tendenza, semmai il contrario. Per alcuni il 2014 dovrebbe essere l’anno picco della curva di produzione, oltre al fatto che non è detto che sia possibile aumentarla dato che nel Golfo Persico si lavora da tempo a pieno ritmo. Ciò già da tempo ha fatto sì che siamo entrati in una corsa per il controllo della produzione greggio o delle sue vie di trasporto (vedi caso Iraq e Afghanistan), che cerca di stabilire egemonie su scala globale o regionale. In tal senso, ad esempio, la Cina è passata da 1,7 milioni di barili di crudo al giorno nel 1980, a 7,4 milioni nel 2006. Oggi il Paese asiatico è, ben lungi dall’aver raggiunto il suo picco di sviluppo, assorbe il 10% della produzione giornaliera di greggio. Cosa accadrà se in materia di consumi anche un colosso come l’India aumenterà il suo fabbisogno di energia?
Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, mentre la neonata Comunità di Stati indipendenti era ancora in stato confusionale, gli Stati Uniti elaborarono una strategia destinata a soppiantare l’egemonia russa nel trasporto del greggio. Washington patrocinò l’idea di un oleodotto che dal Mar Caspio evitasse di passare per la Russia. Nacque così il BTC, l’oleodotto che partendo da Baku in Azerbayan, passa da Tblisi in Georgia per poi toccare la sponda mediterranea di Ceyhan in Turchia (il nome deriva proprio dalle iniziali delle tre città interessate). Un investimento da 4 miliardi di dollari che fa leva su Paesi amici e in competenza con la Russia. Ci volle la spregiudicatezza, la capacità e la determinazione di Putin per rimettere nelle mani dello Stato, prima, il settore petrolifero e per riprendere, poi, il potere di iniziativa per evitare di essere politicamente accerchiata da alleati della Casa Bianca. Ma quali reazioni potrebbe motivare la realizzazione del Nabucco, un gasdotto che la Russia considera contrario ai suoi interessi, dato che il suo tracciato è stato disegnato anch’esso per evitare di passare dal suo territorio?
Se a tutto ciò aggiungiamo la prossimità del bacino del Caspio all’area del Caucaso, altamente instabile, si comprende quanto la prudenza dovrebbe reggere le decisioni geopolitiche in questa parte dello scacchiere mondiale. 
In questo, come in molti altri casi, in realtà dovrebbe primeggiare il comune interesse della gestione delle risorse energetiche che si annunciano sempre più scarse in un mondo che ne ha sempre più bisogno. Forse e su temi del genere che mancano visioni più lungimiranti.

viernes 27 de enero de 2012

Hormuz, uno stretto troppo stretto

Dietro la tensione sullo stretto dal quale passa il 20% del greggio mondiale, aleggia la questione del programma nucleare del governo di Teheran. Ma è tutta la regione che rivela un alto livello di instabilità.

L’applicazione di dure sanzioni nei confronti dell’Iran, che prevedono l’embargo nell’acquisto di grezzo del Paese asiatico da parte dei 27 stati membri della UE, potrebbe acuire la tensione già esistente nello stretto di Hormuz. Le autorità iraniane hanno infatti minacciato di chiudere il traffico marittimo in questo punto nevralgico per le rotte delle petroliere. Di li passa infatti il 20% dei quasi 80 milioni di barili di greggio che vengono commerciati ogni giorno sul pianeta.
La geografia della zona aggiunge un elemento ulteriore di complessità al tema. Sebbene è vero che le acque dello stretto sono sotto la sovranità dell’Oman e dell’Iran, in realtà, quasi tutti i punti di accesso allo stretto si trovano in acque iraniane, mentre la maggiore parte delle vie d’uscita si trovano in acque territoriali omaniti. Pertanto, è impossibile transitare per lo stretto senza entrare in acque sotto la sovranità dell’Iran. Sebbene ci si appelli al diritto dei mari che figura nella terza parte della Convenzione delle Nazioni Unite, l’Iran (ma anche gli Stati Uniti, non hanno ratificato questo trattato).
Domandiamo a Pasquale Ferrara, esperto in politica internazionale, se si tratta solo di una questione di diritto marittimo internazionale.

“Ad Hormuz è in gioco qualcosa di più del diritto. Si tratta di un principio politico fondamentale che fa parte delle relazioni internazionali da almeno a un secolo a questa parte, quello della libertà dei mari. E questo indipendentemente dagli impegni assunti, esistono principi che valgono erga omnes, che in questo caso riguardano l’accessibilità dell’alto mare. Non bisogna dimenticare che proprio la violazione di questo principio di alcune guerre. L’entrata in guerra degli USA nella primo conflitto mondiale fu motivato proprio dalla violazione della neutralità in alto mare, in altre parole il diritto di navigazione ed il passaggio inoffensivo davanti alle coste. Esiste però un braccio di ferro di tipo politico e mi pare che l’Iran si stia spingendo in un terreno scivoloso”.

Effettivamente, la questione di fondo è il programma di armamento atomico dell’Iran. Uno si domanda anche qual è il problema che questo Paesi si doti di armi atomiche visto che sia il Pakistan che Israele, suoi vicini, sono entrambi dotati di decine, se non centinaia, di ordigni nucleari.

“Il tema concerne la credibilità del regime giuridico del regime giuridico della non proliferazione. Gli stati che hanno sottoscritto apertamente il Trattato di Non Proliferazione (TNP), devono rispettarne le norme, tra cui quella della la trasparenza, permettendo ispezioni, verifiche, ecc.
Esiste poi la questione della coerenza in politica internazionale della non proliferazione di queste armi al di fuori del TNP. Esistono Stati che non fanno parte del TNP, altri come la Corea del Nord ne sono usciti, c’è una diversità di situazioni giuridiche di cui bisogna tener conto.
Tuttavia il tema fondamentale è quello delle armi nucleari, così come siamo riusciti politicamente a proibire le armi batteriologiche e chimiche o le mine antiuomo, pure poste fuori legge, bisognerebbe arrivare a fare lo stesso con le armi nucleari. E questo è un tema che va al di la della questione  iraniana”.

Forse andrebbe anche rivista la politica nei confronti dell’Iran, dato che sentirsi minacciati potrebbe avallare il ragionamento in base al quale dotarsi di arme nucleari è un deterrente valido per evitare invasioni, come quella dell’Iraq o dell’Afghanistan.

“Questo è un argomento in parte fondato ed in parte usato strumentalmente, le due versioni sono vere. Il tema è che l’area geografica nella quale si colloca l’Iran è estremamente instabile, e questo crea la peculiarità del caso del suo programma nucleare. Pertanto, c’è bisogno di un approccio complessivo del problema della pace nella regione. Ad esempio non esiste nessuna istituzione di sicurezza collettiva dei vari Paesi e pertanto l’area rimane lasciata a se stessa, il che amplifica i problemi politici in modo esponenziale”.

martes 17 de enero de 2012

Isole Spratly, inospitali ma contese

In Occidente delle isole Spratly ne sanno qualcosa gli esperti in geopolitica e quanti, pochi, si interessano della materia. Eppure siamo di fronte a uno dei luoghi geografici strategici del pianeta, come lo stretto di Ormuz oppure i canali di Suez e del Panamà.
Ma perché è così importante questo pugno di isole remote, sconosciute, disabitate e, per giunta inospitali? Sembra che questo arcipelago composto da oltre 650 isole, isolotti, e barriere corallifere, la cui superficie supera i 400 mila kilometri quadrati, sito sul 10° parallelo del Mar Cinese Meridionale, esattamente tra Vietnam e Filippine, contenga nelle sue acque pescose una immensa riserva di petrolio e di gas. C’è chi dice che siano 50 miliardi di barili, chi 150 miliardi. Per alcuni siamo di fronte a riserve paragonabili a quelle dell’Arabia Saudita, per altri sono molto meno, forse la decima parte. Ma anche in tal caso si tratterebbe di una quantità consistente. Le Filippine, infatti, estraggono da una regione confinante con le Spratly il 15% del greggio che consuma il Paese.
Inoltre la vicinanza delle isole allo stretto di Malacca, punto di passaggio obbligato tra l’Oceano Indiano ed il Pacifico, rende questa zona di altissima importanza strategica: da li passa il 50% delle navi portacontainer e delle petroliere del mondo. Si comprende dunque il motivo per il quale le Spratly da anni siano contese da Vietnam, Cina, Filippine, Malaysia, Taiwan e Sultanato di Brunei. Questa contesa negli ultimi 30 anni ha avuto di tanto in tanto momenti di tensione, gli ultimi episodi, per fortuna non andati oltre alcune dure proteste diplomatiche, sono accaduti nel 2011. E  meno il Sultanato di Brunei ciascuno dei contendenti ha fatto ricorso alle sue forze navali per assicurarsi il controllo di alcune fette dell’arcipelago, a volte qualche atollo o appena delle scogliere. Ma intanto tutto serve per assicurare di non restare fuori dalla spartizione, semmai ci sarà.
Vietnam, Filippine e soprattutto Cina fanno la parte del leone. Inoltre, la Cina col Vietnam disputa la sovranità anche delle isole Paracelso, appena un po’ più a nord, manco a dirlo anch’esse ricche di petrolio. Ma è il “dragone asiatico”, la Cina, a destare le maggiori preoccupazioni dato che Pechino sembra decisa a voler imporre la sua volontà sia con le buone maniere che con metodi più sbrigativi. L’aumento delle spese militari infatti presto renderà quasi impossibile opporsi alle decisioni delle autorità di Pechino che, nel frattempo, ha ribattezzato col nome cinese di Nasha l’arcipelago. E ciò nonostante gli accordi che nel 2002 hanno stabilito un codice di condotta nato per confinare la questione all’ambito politico, che però non obbliga le parti. Insomma, ambiguità, come quelle che scaturiscono dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto Marittimo (Unclos, dalla sua sigla in inglese) difficili da applicare con certezza anche in questo caso, soprattutto quando si tratta di stabilire con precisione la Zee, la zona economica esclusiva, il raggio di 200 miglia marine dalla propria costa.
Potrebbe questa zona trasformarsi in un foco di tensioni internazionali dato il suo valore economico e strategico? Difficile dirlo. La storia direbbe di no. Ed anche la politica cinese lo direbbe. Pechino è responsabile in gran parte della crescita che sta beneficiando regioni come il Sudamerica grazie a una politica intelligente e di mutua convenienza. Inoltre è ancora vigente la teoria di Deng Xiaoping: tao guang yang hui (nascondi le tue capacità e guadagna tempo).
Ma le circostanze possono sempre cambiare. Quanti, infatti, avrebbero scommesso che la Libia sarebbe stata il motivo per un intervento militare le cui motivazioni umanitarie non reggono un’ analisi spassionato della questione. E ciò nonostante il ritorno di Gheddafi nel consesso delle nazioni, accompagnato addirittura da un patto di amicizia con uno dei membri del G8, l’Italia. Già, qualcosa nel frattempo era cambiato. La sete di petrolio della Cina, una sete difficile da appagare dati i ritmi di crescita del gigante asiatico, spinge Pechino a fare incetta costantemente di fonti di approvvigionamento energetico. La Casa Bianca, a sua volta, ha deciso che se vuole contenere la crescita della Cina ed evitare di trovarsi di fronte una superpotenza globale deve in qualche modo far pressione sul suo tallone d’Achille, appunto, il fabbisogno di combustibili. E la Libia correva il rischio di rientrare tra gli obiettivi della politica di espansione cinese in Africa. Non può non essere tenuta in conto questa prospettiva quando analizziamo i fatti prodottisi in sulle rive del Golfo della Sirte proprio a partire dal gennaio scorso.
Tornando al Mare Cinese Meridionale la domanda ancora non ha una risposta. Il fabbisogno cinese in materia di combustibili è in crescita. E non sono molte le aree del pianeta dotate di ingenti risorse non rinnovabili, considerando poi che l’uso di quelle rinnovabili è lontano da apparire considerevole al punto da mutare gli attuali equilibri geopolitici.
Bisogna allora chiedersi cosa accadrà se per una ragione o un'altra il fabbisogno cinese diventasse così impellente da originare decisioni basate sui rapporti di forza? Ed anche, dati gli antecedenti recenti come l’invasione dell’Irak e l’attuale presenza di forze alleate in Afghanistan, sempre meno giustificabile, sulla base di quali argomenti giuridici sarebbe possibile impedire alla Cina di definire una volta e per tutte a sua vantaggio la sovranità sulle isole Spratly? Non dimentichiamo che con inquietante pragmatismo a partire dal 11 settembre 2001 la Russia ebbe il “permesso” di fare “con comodo” in Cecenia pur di presentare la sua guerra come lotta contro il terrorismo mondiale. E Putin non uso certo i guanti di velluto. Questi argomenti, che giammai sarebbero esposti in un pubblico consesso, sono però a conoscenza delle diplomazie che sanno di cosa si parla off the record tra i capi di stato e di governo.
E comunque molto probabile che prevalga la saggezza e si arrivi a una equa ripartizione tra i Paesi che reclamano la sovranità sulle Spratly. Ma ciò non avviene sempre, lo insegna la storia. La prudenza suggerisce pertanto di non fornire alla scelleratezza dei guerrafondai argomenti per possibili casus belli. Sarà giunta l’ora di superare la logica dei rapporti di forza per privilegiare il terreno più squisitamente politico? L’interdipendenza che ogni giorno ci ricorda quanto dipendiamo l’uno dell’altro sembra suggerirlo.

jueves 22 de diciembre de 2011

Muerte de un dios comunista

Corea del Norte llora a Kin Jong-il, su líder fallecido prematura y misteriosamente. El adjetivo misterioso se ajusta a este régimen inaccesible donde los cambios advienen en el silencio y el desconocimiento más total. Las imágenes de congoja y llanto, difundidas desde China, el único país amigo de Corea del Norte, ocupan las portadas de los informativos. Difícil saber si se trata de un dolor sincero o una sobreactuación necesaria para demostrar fidelidad a un poder que no es tierno con toda manifestación que no sea de obsecuencia. Un régimen cuyo adoctrinamiento comienza desde las escuelas primarias y acompaña a los coreanos  durante toda su vida, transformando en dioses a sus líderes: primero al fundador de la patria comunista surgida en 1946, Kim Il-sung, y ahora su sucesor -e hijo-, ya en vida proclamado "Querido Líder", "Descendido del Paraíso", "Padre del Pueblo", "General Amado" "Gran Sol de la Nación". Tomará su lugar Kim Jong-un, su tercer hijo quien aún no cumplió treinta años.
El país vive en el aislamiento paranoico de quienes se sienten permanentemente amenazados. Una amenza que es una mezcla de verdades a medias. Es cierto que en la frontera ubicada en el paralelo 38 aún estacionan 30 mil soldados estadounidenses, residuo del conflicto estallado luego de la Segunda Guerra Mundial, que opuso a Corea del Norte con Corea del Sur, el país hermano-enemigo, fiel aliado de Washington. Un aislamiento que sólo cuenta con la excepción del aliado chino que, a su vez, ve a Corea del Norte como barrera necesaria al expansionismo norteamericano en la región. En el vacío aeropuerto de Pyongyang, la capital, sólo hay un vuelo y, en días alternos, que une la ciudad con Pekín. Y también es cierto que la política de la Casa Blanca no ha hecho mucho para entablar relaciones más razonables con el país comunista, como por ejemplo las ha entablado con los sátrapas de los países de Asia Central, Kaajistán, Uzbekistán, Turkmenistán, Kirguízistán... por ejemplo, cuyos gobiernos no son más democráticos que el de Corea del Norte.
Si a esto agregamos lo útil que es para una dictadura poder demonizar un enemigo visible que justifique toda política de seguridad absoluta, comprendemos cómo Corea del Norte haya llegado al absurdo de hambrear a su pueblo con tal de mantener un aparato militar descomunal (10 millones de soldados, entre efectivos y reservistas, sobre 24 millones de habitantes), con pretensiones de programas de armamentos nucleares que absorben gran parte del magro presupuesto de este paupérrimo país. Según expertos australianos, en 2007 el 60% de los niños por debajo de los dos años padecía el “arresto” de su crecimiento por efecto de la desnutrición.
Las tratativas diplomáticas han seguido periódicamente el guión de agresión-defensa-soberbia-arresto- una y otra vez. Con ambiguedades de ambas partes, como el informe semi inventado de los Estados Unidos en 2002, que echó a perder los pasos hacia adelante para el desmantelamiento del programa nuclear, o los inoportunos ensayos nucleares de 2006 y 2009, de dudosos resultados, pero útiles para que los halcones de la Casa Blanca apelaran a la mano dura contra este "Estado canalla", sin olvidar el pedido de nuevos y más sofistados armamentos para el Pentágono que tanto bien hacen a la industria militar que cuenta con varios millones de empleados.
¿Qué pasará ahora con la llegada del sucesor del "Querido Líder"? Difícil preverlo. Mientras tanto el pueblo podrá llorarlo hasta el 28 de diciembre. ¿Serán lágrimas verdaderas? Si así fuera no debería asombrar. "Amaba el Gran Hermano", son las últimas palabras de "1984" que George Orwell, el autor, atribuye al protagonista de la novela que las musita luego de las sesiones de tortura y "reeducación" incluso de su pensamiento. El efecto de un régimen que asfixia toda libertad es el de dominar también las mentes, modificar los criterios para distinguir lo que es verdadero de lo que no lo es, hasta reformular versiones oficiales de la historia para que ésta muestre su inmaculada visión de la realidad. Es la triste condición de un pueblo azotado por un régimen que se parece más a un residuo del pasado que a un Estado con la esperanza de perdurar.
Claro está, si la racionalidad prevaliera sobre los cálculos mezquinos en el plano de la política internacional, incluso los norcoreanos podrían contar con más oportunidades de salir de su penoso aislamiento.