martes, 7 de febrero de 2012

Artico: una zona calda?

La riduzione dei ghiacci nel mar Glaciale Artico sembra accelerare. Diventano accessibili importanti giacimenti di gas e petrolio e nuove rotte commerciali. La questione delle acque territoriali.

Alla fine, il famoso passaggio a nord ovest è stato trovato. Ma non per merito di qualche intrepido viaggiatore, quanto piuttosto per effetto dell’accelerato scioglimento dei ghiacci del polo nord. Secondo vari centri di ricerca che seguono l’evoluzione dei ghiacci dell’Artico, nell’estate 2011 si è registrata la maggiore diminuzione dal 1979. Il fenomeno non lascia tranquilli gli scienziati, dato che nel 2007 è stata registrata l’altra maggior riduzione e non è facile prevedere gli effetti complessivi del fenomeno. Non manca chi considera catastrofica la loro sparizione.
“Buone notizie” (data la premessa le virgolette sono d’obbligo) per le compagnie di navigazione che potranno passare dall’Atlantico al Pacifico senza attraversare il canale di Panama, quindi risparmiando almeno 4 mila km. E si riducono del 40 per cento le distanze tra Europa ed Asia rispetto alla rotta che passa per il canale di Suez.
I ghiacci attorno al Circolo polare artico non sono stabili come quelli dell’Antartide perché le temperature, per effetto del clima marino, sono meno estreme. Durante l’inverno aumentano notevolmente per poi ridursi durante l’estate, raggiungendo la minima estensione nel mese di settembre. Nel 2011 l’estensione minima (4,3 milioni di chilometri quadrati), è stata ben al di sotto dei normali (4,6 milioni). Secondo alcuni modelli climatici, nel 2100 l’Artico potrebbe perdere tutta la sua copertura di ghiaccio estivo. Secondo il National snow and ice data center (Nsidc), l’anno record negativo del 2007 è stato caratterizzato da combinazioni climatiche che favorivano lo scioglimenti dei ghiacci, ma anche nel 2011, nonostante sia stato un anno più normale dal punto di vista climatico, il riscaldamento dell’Artico è proseguito.
Per James Overland, della National oceanic and atmospheric administration Usa (Noaa) «non è un evento casuale, ma un cambiamento a lungo termine del clima artico».
Si terrà conto di questa realtà che può influire sul clima globale del pianeta o i governi agiranno abbagliati solo da questo «formidabile teatro di operazioni dotato di un importante potenziale minerario», come scrive Alexandr Latsa editorialista di Ria Novosti?
Il riscaldamento globale nella regione artica, infatti, sta aprendo nuove diatribe tra i Paesi le cui coste si affacciano sulla regione: Russia, Stati Uniti, Canada, Danimarca e Norvegia. Il ritiro dei ghiacci sta rendendo raggiungibili importanti giacimenti di petrolio e di gas: si stima che nell’Artico vi sia circa il 22 per cento delle risorse mondiali di petrolio e di gas. Non a caso, i russi, in modo unilaterale, hanno già piantato la loro bandiera nei fondali della zona ancora controversa dell’Artico.
Ad ogni modo, conviene tener presente che non si tratta di uno sfruttamento facile: i ghiacci si sciolgono ma le temperature sono ancora proibitive e la tecnologia per realizzare impianti di estrazione non è disponibile a tutte le compagnie petrolifere. La stessa Russia sembra orientarsi su joint venture, con soci di altri Paesi.
In base al diritto marittimo, l’Artico è considerato alto mare, quindi nessuna sovranità può essere reclamata. Ciascun Paese conserva una zona economica esclusiva di 200 miglia marittime dalla costa, che può essere estesa anche oltre se si può provare la continuità della piattaforma continentale fino alla zona oggetto del reclamo. È quanto stanno cercando di dimostrare i russi nel caso della dorsale Lemonosov, andando più in là dello stesso Polo, oltre a considerare di propria pertinenza il triangolo formato da Polo Nord e regioni costiere site all’estremo nord ovest, Murmansk, e nord est, Chokotski, del suo territorio.
Mosca ha assunto una posizione energica sulla questione: nel 2010 ha dichiarato che trattandosi di una questione di sicurezza nazionale «non si esclude l’uso della forza per risolvere controversie che potrebbero sorgere nella battaglia competitiva per le risorse naturali». Ma a dire il vero, lo stesso Putin in occasione del summit celebrato a Mosca lo scorso settembre, dal titolo “Artico: territorio di dialogo”, ha dichiarato di non aver dubbi che gli «attuali problemi nell’Artico possono essere risolti con spirito di collaborazione, attraverso negoziati e sulla base delle norme internazionali vigenti», riaffermando una tradizione di politica estera costruita sul rispetto delle norme giuridiche. Inoltre, proprio il manifestarsi di possibili divergenze future, ha aiutato Russia e Norvegia ad accordarsi su alcune questioni territoriali nel mare di Barents, che perduravano tra i due Paesi fin dagli anni Cinquanta.
La necessità di costosi investimenti e il ricorso a tecnologie di estrazione avanzate, sta infatti facendo convergere gli interessi di vari altri Paesi dotati di capitali e metodi estrattivi, tutto sommato favorendo una cooperazione che potrebbe avere come effetto quello di mitigare eventuali contrasti.
Per Lev Voronkov, esperto russo di Artico, in questo scenario «nessun problema può essere risolto da un Paese solo. È indispensabile cooperare, ed è specialmente controproducente il confronto militare».
La sempre maggiore interdipendenza tra i Paesi, trova in scenari del genere una ulteriore conferma. Forse si potrebbe far tesoro della lezione appresa dalla Guerra Fredda: gli accordi sono sempre migliori delle prove di forza.

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