martes, 19 de enero de 2010

L'inganno e la paura


Ho letto in questi giorni il libro di Pino Arlacchi, "L'inganno e la paura". Lo sforzo di leggerlo, che poi non é tale perché il linguaggio che usa é accessibile e la lettura amena ed appassionante, vale veramente la pena. Arlacchi é stato sottosegretario generale dell'ONU. E' sociologo ed é una autoritá in materia di sicurezza. Amico di Falcone e Borsellino - ed é gia un bel dire - conosce profondamente queste tematiche.
Il panorama del mondo che emerge da "L'inganno e la paura" soprende perché contraddice l'idea che abbiamo nel nostro immaginario collettivo di un mondo sempre piú violento, con sempre piú guerre. Per Arlacchi, questa idea non resiste ad un attento analisi sociologico, statistiche in mano. Per il contrario, sostiene che dalla caduta del Muro di Berlino siamo entrati in una fase di notevole diminuzione dei conflitti, ed anche dei delitti commessi dalla malavita organizzata.
Tale affermazione, non significa che l'autore dipinga un mondo color rosa: ci sono gravi  conflitti ed esistono concrete minacce alla pace. Anzi, il titolo del suo libro si ispira precisamente alla strategia sempre piú evidente di voler installare nel mondo l'idea di una permanente minaccia da parte del terrorismo internazionale. Il concetto di "scontro di civiltá", che Arlacchi sconfessa , é funzionale a questa strategia della paura che segue in realtá gli interessi del "complesso militare e industriale" statunitense e dalle grandi corporazioni mediatiche, che traggono diretti vantaggi da questo orwelliano "stato di guerra".  L'aumento quasi del 100% del bilancio del Pentagono dal 2000 in qua sostiene infatti aziende che danno lavoro a milioni di statunitensi, che oltretutto sono votanti spesso ideologicamente sensibili all'idea di una egemonia globale da parte degli USA che assicuri pace, prosperitá ed il mantenimento dello stile di vita del Paese. Nel 2010 il budget della sicurezza, che comprende Pentagono ed agenzie varie, supporrá una spesa vicina ai 1.200 miliardi di dollari annuali. E questo onostante che nel triennio 2007-2008 gli Stati Uniti abbiano contato appena tre vittime mortali per attacchi terroristici.
L' "impero" del quale siamo inevitabilmente parte non é benefico se non per coloro che ne accettano i dettami, ed é forse la vera minaccia oggi per la pace globale. Basta constatare le inclusioni e le esclusione nella lista dei considetti "stati canaglia", dei quali fa parte l'Iran, regime certamente discutibile, ma non piú di quello dell'Uzbekistan, del Pakistan o dell'Arabia Saudita.


Arlacchi non solo denuncia, ma propone costruttivamente. Se la pace in realtá avanza, lo si deve al crescente numero di democrazie nel mondo, che negli ultimi vent'anni, a partire dalla caduta del Muro di Berlino, si sono piú che raddoppiate. Nei regimi democratici, l'uso della forza, e il ricorso alla guerra é rifiutato e sempre piú messo al bando. Ed é questa la radice della pace. La costruzione e la maturazione di un autentico spirito democratico é, altresí, fautrice di maggiore sviluppo.
L'autore dunque suggerisce piste di azione e di pensiero sia per l'ambito politico che per quello della societá civile. Un programma di lavoro che attrae e alimenta un ottimismo realista. Ma sia chiaro che la pace nessuno ce la regalerá: il fatto che avanzi  non vuol dire che non conoscerá crisi. A farla trionfare sará  il coraggio e l'impegno civile.

La creación que se nos ha confiado


El tradicional mensaje que el 1º de enero de cada año el Papa acostumbra anunciar con motivo de la Jornada Mundial de la Paz propone, esta vez, el lema: “Si quieres cultivar la paz, custodia la creación”.
Después de la Segunda Guerra Mundial, se registraron centenares de enfrentamientos bélicos en muchas regiones. Por lo tanto, la paz dista de ser un objetivo alcanzado y asegurado y  sigue siendo un desafío para toda la familia humana.
Se sabe, también, que nos encontramos frente a otro problema de grandes proporciones: la preservación del medio ambiente. Si no se da un cambio radical, estaremos afectando la posibilidad de que las generaciones futuras puedan seguir habitando este planeta.
Esto significa, por un lado, reducir drásticamente la contaminación que produce la actividad humana, que ya ha puesto en marcha un cambio climático cuyos efectos se estima que durarán algunos siglos. La naturaleza, que por lo general tuvo la capacidad de absorber la contaminación que producía el ser humano, en algunos casos ya no está en condiciones de hacerlo; y por eso se producen fuertes desequilibrios. Según un estudio realizado por el economista británico Nicholas Stern haría falta destinar el 1% del PBI mundial para limitar los daños que en las actuales condiciones producirán los cambios del clima (aparición o reaparición de enfermedades, reducción de los hielos y elevación del nivel de los mares, fenómenos meteorológicos extremos como tornados y huracanes, etc.).
En segundo lugar, necesitamos preservar los recursos naturales, como el agua dulce – elemento sin el cual no es posible la vida –, o los energéticos, que son clave para el funcionamiento de la sociedad y su desarrollo.
Según varios expertos, la producción de petróleo ya ha superado su punto máximo y ha entrado en la fase descendente, sin que el empleo de energías renovables tenga posibilidad de sustituir significativamente el enorme consumo de combustibles fósiles. Además, 900 millones de personas tienen problemas para acceder al agua potable. Se estima que para el 2025 no tendrán acceso a ella 1.500 millones de personas. El agua dulce es el 2,5% del total del agua del planeta, pero tenemos acceso fácil a apenas el 0,26% de ese total.
Todo esto plantea la necesidad de rever nuestros estilos de vida, de consumo y de producción, como así también el mismo concepto de desarrollo y de bienestar. Hoy, los 6 mil millones de habitantes del planeta no podrían vivir según los estándares de Europa o de los Estados Unidos, ya que la Tierra no soportaría ese impacto.
Estos elementos sumados al crecimiento demográfico pueden crear graves tensiones. De hecho, los conflictos en Iraq y en Afganistán, que ya han provocado cientos de miles de muertos y de heridos, reconocen su causa principal en el control y el transporte de recursos energéticos, como el petróleo o el gas.
No hay muchas alternativas. Si seguimos tal como van las cosas, el riesgo es que se generen situaciones explosivas; porque las regiones más ricas, las más poderosas, tenderán a decidir siempre cómo repartir los recursos existentes y se agudizarán las diferencias y las injusticias.
La otra posibilidad consiste en modificar la idea que tenemos de desarrollo y de crecimiento económico en pos de un estilo de vida más sobrio, con menor despilfarro de recursos para permitir que también en las regiones más postergadas del planeta la población tenga acceso a mejores condiciones de vida. Esta segunda hipótesis, sin duda muy compleja y profundamente revolucionaria, tiene posibilidades de realizarse sólo en un contexto de paz y de colaboración entre los pueblos. Es algo revolucionario porque, como sostenía el físico italiano Sergio Rondinara desde estas páginas (El problema somos nosotros, Cn revista, marzo 2007), se trataría de un cambio análogo al que produjo la revolución industrial. Y puede esperarse algo realmente positivo si, tal como nos invita el Papa, este cambio estaría motivado no sólo por la necesidad, sino también por el deseo de establecer lazos profundos de fraternidad y de solidaridad entre todos los habitantes de la creación que Dios ha confiado a nuestro cuidado inteligente.

(Editorial de Cn revista, enero/febrero de 2010)

lunes, 18 de enero de 2010

Cile svolta a destra

Si direbbe in controtendenza rispetto al resto della regione, fatta eccezione per la Colombia, la svolta elettorale a destra del Cile. Infatti, Sebastián Piñera sará a partire dal prossimo 11 marzo il prossimo presidente grazie al 51,6% delle preferenze.
Il suo avversario Eduardo Frei, democristiano e integrante della Concertación, la coalizione di centrosinistra al governo da 20 anni, cioé dal ritono del Cile alla democrazia dopo il lungo "inverno" della dittatura di Augusto Pinochet, non é riuscito a convincere gli elettori del suo stesso settore. Se si analizzano i risultati del primo turno, é impossibile non notare che nell'insieme, il centrosinistra ha ottenuto ben il 56% dei voti, rispetto al 44% ottenuto da Piñera. Gli altri due candidati, Marco Enriquez-Ominami e Jorge Arrate, fuoriuisciti dalla Concertación in segno di protesta per la mancanza di elezioni primarie, avevano ottenuto rispettivamente il 20 ed il 6% dei voti. Insieme al 29% ottenuto da Frei in nome della coalizione di centrisinistra, il totale superava abbondantemente il 50% delle preferenze. Se a questo aggiungiamo il fatto che la figura della attuale presidente, Michelle Bachelet, anch'essa membro della Concertación, a 50 giorni scarsi dalla fine del suo mandato esibisce uno storico 81% di immagine positiva della sua gestione, la logica avrebbe detto che il potenziale di simpatie di centrosinistra avrebbe ottenuto una nuova vittoria elettorale.
E invece no. La destra ritorna al potere in modo democratico dopo piú di 50 anni, fatta eccezione della sua partecipazione al regime di Pinochet.
Ha contribuito da un lato la moderazione del discorso di Piñera  - che dovrá dimostrare coi fatti quanto annunciato - il quale si é impegnato a mantenere in piedi gli ammortizzatori sociali sorti durante questi venti anni di gestione della Concertación. E dall'altro ha contribuito senz'altro un voto castigo da parte degli elettori stanchi di vedere sempre le stesse figure alla testa del centrosinistra, desiderosi di un rinnovamento politico e di una maggiore partecipazione dal basso, cosa non facile nella Concertación in un paese da sempre governato dalle cupole politiche, nelle quali si ripetono spesso i cognomi con blasone politico.
Su questo tema ha fatto breccia il discorso critico di Marco Enriquez-Ominami, che ha sempre insistito sulla necessitá di un rinnovamento della dirigenza della Concertación. E' stata infatti una parte dei suoi elettori che ha appoggiato la candidatura di Piñera, nonostante Frei gli avesse strappato il suo voto, ma a titolo personale, a denti stretti, molto stretti e a una settimana dal ballotage.
Ma la ragione piú importante di questo castigo, va attribuita al fatto che il centrosinistra cileno in tutti questi anni ha nella sostanza rinunciato alle sue mete storiche, prima fra tutte il superamento delle disuguaglianze sociali. La grande sfida del Cile, in realtá, é una maggiore e migliore distribuzione del reddito.
Dopo il Brasile, il Cile é il paese con la maggiore disuguaglianza di America Latina, con una molto scarsa mobilitá sociale. Sebbene in vent'anni siano sostanzialmente migliorati gli indicatori sociali in materia di povertá, indigenza, mortalitá infantile, accesso alla sanitá e all'educazione, per una parte del centrosinistra, quello piú critico si tratta di timidi cambiamenti. "La struttura economica e produttiva del Paese, la stessa Costituzione, continua ad essere quella che ci ha lasciato Pinochet", spiega il sociologo Felipe Portale. "Il Cile é stato il piú riuscito esperimento di applicazione delle ricette neoliberiste", aggiunge Andrés Monares, filósofo ed autore di uno studio profondo sull'economia cilena. E come spesso accade nei modelli di economia di stile neoliberista, sebbene i parametri macroeconomici sono soddisfacenti, é sul piano della ridistribuzione, dell'accesso a possibilitá di ascesa sociale che si verificano grandi problemi.
L'accesso all'universitá, anche quella pubblica, tanto per fare un esempio. é caro. Uno studente per completare la sua carriera dovrá accollarsi un debito annuale tra i 6.000  e gli 8.000 dollari. Esistono linee di credito che gli permetteranno di lavorare, magari part-time, per pagare gli interessi annuali del debito. Ma una volta ottenuta la laurea, e se a questa vorrá aggiungere un master o una specializzazione, inizierá la carriera da professionista con un debito tra i 30.000 ed i 40.000 dollari o piú. "Ho 42 anni, guadagno bene, ma appena un paio di mesi fa, mia moglie ed io abbiamo pagato le ultime quote del debito di studio", mi spiegano due docenti universitari. "Chi é povero accederá a una assistenza sanitaria limitata. Se desideri una maggiore copertura, dovrai pagare di piú... se puoi. Qui tutto é caro, anche il trasporto pubblico...", agiunge ancora Monares. "La Concertación paga il prezzo di non aver creduto a fondo nei suoi propri ideali", conclude Portales.
Nel frattempo, Piñera dovrá dimostrare di essere capace di far meglio. La sua proposta di una gestione efficiente e di pulizia dei settori dello Stato dove sono apparse le prime sacche di corruzione - che in Cile é assai poca - dovrá essere capace di essere percepita da una cittadinanza, soprattutto i giovani, desiderosa di ascendere socialmente.

Resta da segnalare, l'impeccabile clima civico dei due turni elettorali, in un Paese sostanzialmente ordinato e solido istituzionalmente, ed il tono pacato della campagna elettorale. Un Paese che in questi ultimi anni é riuscito a crescere a ritmi elevati (tra il 5 ed il 7% annuale e piú) e che ha sviluppato una politica estera che non si rivolge alla regione sudamericana, ne a quella latinoamericana, ma al di la del Pacifico. E nell'area degli Stati Uniti ed in Asia dove il Cile ha sviluppato i suoi interessi commerciali. E Piñera non si direbbe il presidente intenzionato a cambiare questa impostazione ormai consolidata. Anche quando l'America Latina avrebbe bisogno di una maggiore presenza del Cile per consolidarsi come blocco.

domingo, 17 de enero de 2010

Haiti, i veri aiuti

E' scattata l'emergenza umanitaria. La macchina dei soccorsi e la spontanea solidarietá nei confronti delle vittime del terremoto che ha sconvolto un terzo dei circa 10 milioni di abitanti di Haiti si é messa in moto. Ma si é messo in moto anche il battage delle dichiarazioni pour la galerie e delle opportunitá politiche da approfittare. Per Barack Obama é arrivato il momento di "non abbandonare" il popolo haitiano,  in raltá, a suo tempo usato e abbandonato al suo calvario politico proprio dall'amministrazione statunitense; per il Brasile di Lula é l'occasione per dimostrare che il suo Paese é e vuole essere il leader indiscusso dell'America Latina.
Oggi é indispensabile l'aiuto nel momento della tragedia. Di fronte all'urgenza c'é poco da fare, bisogna agire e far presto, prima che infezioni e malattie aggiungano morte alla morte. Ma il vero aiuto sara necessario piú avanti, quando sará l'ora di ricostruire e di trovare la strada per crescere e sottrarre questo paese dalla storica miseria alla quale sembra essere condannato.
Questo terremoto non ha fatto altro che aggiungere una nuova pagina amara alla storia di Haiti. Leggendo le molte notizie e la poca informazione che appare sui media, colpisce il fatto che nel 1989 in California un terremoto della stassa intensitá provocó meno di 70 morti. Ad Haiti le stime oscillano tra le 50.000 e le 100.000 mila vittime fatali. Il vero bilancio, probabilemente, non lo si saprá mai. Anche questo é sottosviluppo.
Le altre stime da tener conto dicono che prima del sisma la disoccupazione affliggeva tra il 50 ed il  70% egli abitanti dell'isola, il Paese non piú povero, ma il piú misero della regione latinoamericana. Una zona che il mercato globalizzato ha adocchiato negli anni 70 ed 80 come area di mano d'opera a basso prezzo. Una multinazionale di articoli sportivi dovette ammettere con vergogna che le mani dei minorenni haitiani fabbricava le palline da tennis che venivano poi contrabbandate all'altro lato dell'isola, in territorio della Repubblia Dominicana, da dove venivano poi commercializzate. Un Paese che é carente quasi di attivitá produttiva, dopo che la mano d'opera agricola é stata assorbita nelle fabbriche a basso costo, dovendo poi importare di tutto. I prodotti agricolo statunitensi sussidiati ad esempio: ad Haiti abbonda il riso proveniente dagli USA.
Ma ció é avvenuto fin quando convenne al mercato. Quando altrove divenne piú conveniente produrre, le imprese se ne andarono lasciando un vuoto incolmabile ed un Paese instabile politicamente. Anche a quei tempi si era promesso di non abbandonare Haiti.
Oggi, mentre affannosamente si cerca la vita tra le macerie, andrebbe tenuto conto che la ricostruzione di Haiti sará piú complessa e lunga. Forse il Brasile, che di miseria ne sa abbastanza, sará capace di stabilire una partnership di differente qualitá, promotrice di sviluppo e non di dominio. Sarebbe l'occasione per dimostrare che i tempi sono cambiati in America Latina. 

lunes, 11 de enero de 2010

Banco Central y la desprolijidad en política

Se podría decir que el tema de fondo, o uno de éstos, que se oculta tras la cuestión de la crisis entre el Gobierno il el presidente del Banco Central es la autonomía de esta entidad respecto de la gestión de gobierno.
La cuestión no es nueva. Los bancos centrales  controlan la emisión de moneda y nacen sobre todo a partir de la experiencia traumática de la crisis de 1929 y años sucesivos.
Para los que adhieren a la lectura neoliberista de la economía, la total autonomia de los bancos centrales respecto de la polítia del Poder Ejecutivo es casi un dogma. Pero esta postura es coherente con la idea de que la intervención del Gobierno en materia económica es un estorbo y violenta las dinámicas del mercado que tiene que ser dejado en la más total libertad.
Ahora, si en cambio se está de acuerdo en el rol que tiene un gobierno respecto de la economía y de la necesidad de intervenir para corregir las distorsiones que se producen en el mercado, y que se transforman en desigualdad y pobreza, es inevitable preguntarse si es razonable que la política del Banco Central sea ajena a la gestión de gobierno. Una cosa es gozar de cierta autonomia, otra cosa es pretender que la política económica de un gobierno no involucre también al Banco Central. En en ese caso estaríamos creando un cuarto poder que la Constitución no prevé, ni en la letra ni en el espíritu.
Lamentablemente, no es éste el debate de fondo. Y la tormenta que azota el panorama político nacional desde hace una semana es más bien fruto de desprolijidades y de rencillas internas y, cuando no, de cálculos polícos.
La oposición ha transformado en paladín de la institucionalidad a Martín Redrado, quien en realidad dista mucho de ser el defensor "del dinero de la gente" y de la autonomía del Banco Central. Por el mero hecho de que hasta ahora ha sido un obediente ejecutor de las indicaciones del Ejecutivo. ¿O nos olvidamos que era presidente de la entidad cuando, en otra circustancia política y económica, el gobierno decidió el histórico pago de la deuda con el FMI? En sa oportunidad, la Argentina pagó un monto superior a los 9.800 millones de dólares utilizando sus reservas.
Podríamos discutir si fue o no oportuno, justo o conveniente ese pago. Y sería una discusión más que legítima. Pero sería otro tema, aunque no menos importante.
Por lo tanto, si Redrado no comparte el enfoque económico del Gobierno lo lógico hubiese sido que presentara su renuncia, sin transformar la cuestión en una crisis institucional, como en su momento lo hizo su antecesor Aldo Pignanelli.
Lamentablemente, el matrimonio Kirchener tiene un alta propensión para complicar también aquellas cosas que podrían ser más sencillas,  y  con demasiada frecuencia  soslaya que el respeto por las instituciones y sus formas es un principio indispensable para el sano funcionamiento de una democracia, porque significa también control y participación de los demás actores políticos para estar a salvo de la arbitrariedad y la discrecionalidad en el uso del poder. Por lo visto, desde el Gobierno no se tolera que las instituciones fijen "formas" y "momentos" para ejecutar las disposiciones de sus autoridades. De ahí las continuas crisis con las demás instituciones y demás poderes ue el Ejecutivo pretende domesticar.
Una lástima, pues como dice el dicho: se cazan más moscas con una cucharita de miel que con un barril de vinagre.

domingo, 10 de enero de 2010

Minacciati dal terrorismo? / 2

L'articolo precedente, con lo stesso titolo, concludeva con un paio di domande . Vorrei cercare di rispondere almeno alla prima. Chi e con quale scopo sta cercando di installare un clima di paura collettiva, l'idea di uno scontro in chiave anti Usa o antioccidentale col terrorismo di matrice islamica; l'idea dunque che se siamo sotto attacco dobbiamo applicare e rinforzare misure eccezionali di sicurezza, aumentare risorse ed energie volte a debellare tale minaccia. E le misure eccezzionali suppongo scorciatoie nel normale funzionamento delle istituzioni democratiche, poteri delegati, facoltá speciali, minori controlli, anche sul piano della spesa.
Non dimentichiamo che durante l'amministrazione di George Bush, si é preteso giustificare l'uso della tortura, attraverso eufemismi che non hanno potuto ingannare la cruda realtá della pretesa. Questa, lo stesso viene praticata ai terroristi o sospettati tali - ci sono stati anche equivoci e relative "scuse" - sequestrati ed imprigionati in Romania o Uzbekistan o a Guantánamo.
Si tratta dunque di un clima che evoca il  regime del Grande Fratello di "1984", il libro di Orwell, dove uno dei suoi membri rivela, sito a memoria, che lo stato di guerra é piú importante della stessa guerra.
Il coro di coloro che mettono in discussione la minaccia terrorista, la guerra globale in corso, i cui teatri principali somo Afghanistan e Iraq, é in progressivo aumento. Pino Arlacchi ne fa parte col suo "L'inganno e la paura", pubblicato alla fine del 2008, che ho ampiamente citato nell'articolo precedente e con molti dati dai quali ho preso spunto. Ma anche Loretta Napoleoni vi si unisce nel suo "I numeri del terrore", insieme a molti altri autori che non abboccano all'amo mediatico delle notizie spettacolari.

Torniamo allora alla domanda. Chi e perché?


Il 17 gennaio 1961, durante il suo discorso di congedo dalla Casa Bianca Dwight David Eisenhower, 34mo. presidente degli Stati Uniti, pronunció le seguenti parole: «Nelle assemblee parlamentari dobbiamo guardarci dalla crescita di influenza, sia palese che occulta, del complesso militare-industriale. Il rischio che un potere gestito da persone sbagliate cresca disastrosamente esiste, ed esisterà anche in futuro. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa commistione di poteri metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. E non dobbiamo dare niente per scontato: soltanto cittadini vigili e ben informati, infatti, possono imporre un adeguato bilanciamento tra l’enorme macchina militare-industriale e i nostri metodi e obiettivi pacifici, affinché la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme».
Eisenhower sapeva molto bene di cosa stesse parlando. Ed é preciso, parla di complesso militare industriale. Si tratta di un settore che da lavoro a milioni di statunitensi e che in tutti questi anni si é esteso in modo notevole. Basta pensare allo sviluppo dell'elettronica, l'informatica e la telematica, senza dimenticare che l'industria aeronautica, navale e automotrice partecipano con cuote importanti in questo settori. Dalla Lockeed alla inoffensiva Apple, che pure produce iphone per uso militare, si tratta di un complesso poderoso che ha le sue lobby presso il Governo ed il Congresso degli Stati Uniti.
La questione é che esiste una grande commistione tra figure politiche e quelle legate a gli interessi economici e industriali. L'amministrazione Bush é stata un modello di penetrazione del settore petrolifero all'interno dell'Esecutivo, a partire dallo stesso George W. Bush, per poi seguire con Condoleeza Rice, Dick Cheney, ecc. Ma anche la "colomba" Barack Obama non ha esitato a includere, recentemente, nella nomina dei funzionari di governo a tre dirigenti della Raytheon, una azienda che da anni lavora nel settore militare. Uno dei tre William Lynn é stato nominato sottosegretario alla Difesa, e controllerá le spese militari. James B. Smith, inoltre ex militare, é stato nominato ambasciatore in Arabia Saudita, ed Amanda Simpson é la nuova Consigliere del Dipartimento del Commercio.
Secondo Pino Arlacchi, nel suo testo giá citato, a questo complesso militare industriale bisogna aggiungere quello mediatico, che ha il suo tornaconto dal clima di timore che si pretende installare e del quale i media se ne fanno eco con incredibile docilitá. Salvo poi fare dei mea culpa, come nel caso del New York Times che ha ammesso di aver relegato alla pagina 18 le voci contrarie all'invasione dell'Iraq, lasciando in prima pagina quelle a favore. Ma non ha spiegato quali ragioni hanno indotto a tale decisione.
Il Pentagono ed il menzionato complesso militare industriale traggono benefici diretti dal semplice fatto che sulla base di informazione che viene puntualmente smentita - a cominciare dall'idea della necessitá di una guerra globale contro il terrorismo, alle pretese armi di distruzione massiva nelle mani di Saddam Hussein in avanti, o fino alla panzana della capacitá dell'Iran di dotarsi di armi nucleari, ecc. - la spesa militare del governo degli Stati Uniti é lievitata in modo stupefacente, passando dai circa 400 miliardi di dollari nel 2003 agli attuali 680 miliardi che verranno destinati durante quest'anno. Nel 2006, aggiungendo a questa spesa quella complessiva delle varie altre agenzie di sicurezza, la cifra totale destinata a tale scopo superava i 1000 miliardi di dollari. Dobbiamo presumere dunque che quest'anno arriverá intorno ai 1.200 miliardi.
Cosa significa questo per le imprese private, lo illustra il prof. Massimo Simoncelli, dell'Archivio Disarmo in una intervista pubblicata su 30 Giorni nel novembre 2007:

 "Tutte le aziende belliche americane hanno partecipato di questo boom (dell'aumento di spesa del Pentagono, NdR). Nel settore dei veicoli militari vediamo che, tra il 2004 e il 2005, i fatturati dell’Am General, dell’Armor Holdings e della Oshkosh Truck sono passati rispettivamente da 690 milioni di dollari a 1.050, da 610 a 1.190 e da 770 a 1.060. Nel campo degli elicotteri la L-3 Communications è passata da 5.970 milioni di dollari a 8.970. Infine la Northrop Grumman è passata da 25.970 a 27.590 milioni di dollari di fatturato. Un incremento sbalorditivo, se si considera che si tratta di soli dodici mesi. Nel settore civile non si registrano crescite così repentine".
"In un'economia sempre più virtuale - spiega Miguel Martínez sul sito Megachip (Amanda Simpson, la criminale di guerra politicamente corretta, www.megachipdue.info/) - offre preziosi posti di lavoro, che permettono di controllare città intere, assieme agli eletti locali. Nel 1995, ad esempio, la Raytheon ha minacciato di spostare la propria sede principale dal Maine al Tennessee, se non veniva concessa loro una sostanziale riduzione delle tasse; ottenuta la riduzione con la promessa di tagliare di poco le spese per il personale, la Raytheon licenziò quasi un terzo della propria forza lavoro, aumentando proporzionalmente gli stipendi ai propri dirigenti".
I vantaggi tratti dal complesso militare industriale che, come abbiamo visto, penetra con figure appartenenti al suo establishment l'amministrazione pubblica ed i poteri dello Stato, mentre le sue lobby sono permanentemente al lavoro per convincere legislatori e membri del governo, ma é inoltre il destinatario diretto delle commesse e di succosi contratti, spesso in odore di corruzione.
Varie imprese statunitensi si sono avvalse in Iraq della formula dell'amministrazione delegata: hanno cioè presentato la fattura del loro operato delegato dalle autorità USA, con l'aggiunta di un plus di benefici, senza controllo alcuno. Ci sono aziende che devono dimostrare come hanno spesso decine di miliardi di dollari in questo modo. Altre invece sono state contrattate senza licitazione alcuna. Altre ancora fanno ormai parte del sistema di difesa statunitense come le stesse truppe. Pochi sanno che insieme al nuovo contingente di 30.000 uomini che porterá a quasi 100.000 gli effettivi statunitensi in Afghanistan, sono stati contrattati altrettanti soldati privati, alias mercenari, pur'essi presenti in quel Paese in numero di circa 100.000. Praticamente, per ogni soldato USA presente nella regione, Afghanistan e Iraq, é presente un mercenario, con funzioni anche di controllo e direzione della truppa del Pentagono. Si tratta di "contrattisti", usando l'eufemismo piú diffuso,  meglio pagati e meno impastoiate con le questioni legali dato che godono di assoluta immunitá. Ma questo é un altro tema. 

Dunque, mal comune mezzo gaudio, l'Italia non possiede l'esclusiva in materia di conflitto di interessi.
Con l'eccezione del Regno Unito, che crede o finge di credere che veramente siamo in guerra col terrorismo, il resto dei Paesi occidentali praticamente non porta avanti la stessa politica statunitense in questa materia. Con tutta probabilità anche perché non possiede un complesso cosí poderoso da condizionarne la politica. La spesa militare del resto dei soci europei presenti sul teatro di guerra non é aumentata sostanzialmente. Ne le misure antiterrorismo sono cambiate sostanzialmente, moltiplicandosi solo i controlli aeroportuali edoganali in genere.
E da questo complesso, e dai settori intellettuali ad esso affini, che viene permanentemente rinforzata l'idea di sostenere e espandere l'egemonia globale degli Stati Uniti, una missione che fa parte anche dell'idea collettiva di essere predestinati a realizzare detto dominio, ad esportare il proprio stile di vita e la propria idea di democrazia. E' quanto troviamo in teorici como Zbigniew Brzezinski nel suo "Il grande scacchiere", o nei documenti di think tank come il Progetto per il Nuovo Secolo Americano (www.newamericancentury.org), di cui fanno parte figure come Donald Rumsfeld, ex ministro della Difesa, Paul Wolfowitz, suo ex viceministro, membri importanti del governo di George W. Bush, responsabile dell'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq.
La tragedia dell'11-S, sulla quale sará opportuno ritornare, é stato l'elemento "catalizzatore" che ha accellerato il processo di espansione dell'egemonia statunitense post-caduta del Muro di Berlino. Quasi la cronaca di una tragedia annunciata.
In attesa di riprendere tali questioni, é bene parlare di questi temi e dar loro diffusione. L'inganno nel quale si cerca di far cadere l'opinione pubblica internazionale ha bisogno di menti addomesticate e coscienze sopite, che prendono dai media per oro colato quanto da essi diffuso e non avvertono che la vera minaccia all pace é altrove.

viernes, 8 de enero de 2010

Minacciati dal terrorismo?

Il fallito attentato, o presunto tale, a un aereo statunitense il giorno di Natale ha rinfocolato l'idea di un Occidente sotto la minaccia permanente del terrorismo di matrice islamica. Niente di meglio per i fautori ed i profeti dello scontro di civiltá che tale sensazione. Timori e paure servono  giustificare che "siamo in guerra", che c'é bisogno di misure eccezionali, perché ció che avviene, la minaccia del terrorismo, lo é.

E se siamo in guerra i fatti dovrebbero dar credito a quanto paventato. Ma si da il caso che i fatti dicono un'altra cosa. Vediamo. Nel suo "L'inganno e la paura", Pino Arlacchi, ex sottosegretario dell'ONU, cita il documento sulla National Security Strategy 2006 secondo il quale "dopo l'11 settembre la maggior parte degli attacchi terroristici sono avvenuti in paesi musulmani" e musulmane ne sono state le vittime nella grande maggioranza. Il testo menziona anche lo studio della Rand Corporation in base al quale tra il 2004 ed il 2007 ci sono stati su tutto il pianeta 14.401 attacchi terroristici sia interni che internazionali, con 27.191 vittime. Di questi attacchi 2/3 "si sono concenrati in 12 paesi del Medio Oriente e del Golfo Persico, dove si addensa l'81% delle vittime. In Europa si é verificato il 3,2% degli attacchi e negli USA lo 0,1%. Secondo il database del National Counterterrorism Center degli Stati Uniti su 15.035 attentati verificatisi nello stesso periodo nella regione del Medio Oriente e Golfo Persico in 330 casi (il 2,2%) hanno avuto come bersaglio occidentali provocando fra questi 1447 vittime su un totale di 37.404. Ma quello che non specifica, e lo fa Arlacchi nel suo testo citato, é che quelle vittime occidentali in gran parte sono costituite dai soldati in servizio negli eserciti di occupazione in Iraq ed Afghanistan (!). Dunque, pur davanti a fatti gravissimi, sia ben chiaro, bisogna concludere che il fenomeno del terrorismo é in gran parte dovuto a conflitti interni piú che alla logica di uno scontro internazionale con matrice anti-USA o antioccidentale. Tanto é vero che le statistiche in merito alle vittime statunitensi di attentati stilata dal Dipartimento di Stato fin dal 1991 sono, oh casualitá, scomparse nei documenti piú recenti. "Come si fa a giustificare la Terza Guerra Mondiale e lo scontro ineluttabile tra la  civiltá occidentale e l'Islam quando nel 2006-2007 i civili statunitensi vittime del terrorismo mondiale sono stati in tutto tre(!), e negli anni precedenti si sono mantenuti su cifre piccolissime, eccetto ovviamente il 2001?", conclude Arlacchi.
Mente i media richiamano l'attenzione dell'opinione pubblica in Iraq, Afghanistan e Medio Oriente, in realtá il paese piú colpito dal terrorismo interno é l'India e la zona indo-pakistana, che ha sofferto nel periodo 2004-2008 quasi 5.000 vittime.
Questi dati vanno letti insieme alla progressiva diminuzione dell'attivitá terrorista in tutto il mondo. Una diminuzione che si é accentuata negli anni '90 e che aveva raggiunto punte piú elevate negli ani 70 ed 80, per poi riprendere la fase discendente. Prima del 2001 e dopo gli attentati dell'11-S le vittime annuali erano un numero minimo. "Per un cittadino del pianeta - provoca Arlacchi - le probabilitá di rimanere vittima di un attentato terroristico é la stessa - una su ottantamila - di quella di essere colpito da un meteorite".
Quando i media - che hanno anche il loro tornaconto in mezzo alla paranoia generale - accettano  sine glossa le versioni ufficiali in merito al terrorismo internazionale e se ne fanno, eco contribuiscono a creare una "sensazione di insicurezza" che fa il gioco di chi pretende installarla. Converrebbe farsi delle domande e porle ad esperti con certo grado di distanza dai governi. Come ad esempio avrebbero dovuto porre la domanda se effettivamente era possibile prepare ordigni esplosivi nei bagni degli aerei, come qualche anno si crede, dove sono e chi sono i membri del complotto che stava per far esplodere appena qualche anno fa vari voli in Europa, oppure dovremmo chiederci cosa é successo a Natale perché gli avvocati Kurt e Lori Haskell, marito e moglie affermano di aver visto il nigeriano incolpato di voler attentare accompagnato da un signore indiano ben vestito che intercedeva per lui, affinché potesse imbarcarsi pur essendo "senza passaporto". Conviene dare, al riguardo, un occhiata all'articolo di Pino Cabras che offre alcune informazioni che in Italia non appaiono nei grandi media (1).
L'ex capo del MI5 britannico, Stella Rimington ha gia osservato nel 2008 che l'evento dell'11 settembre non é stato qualitativamente diverso da molti altri e che la reazione a esso é stata "enormemente sproporzionata".

L'escalation a partire dal 2001 ha trasformato gente come Bin Laden - vecchia conoscenza dei servizi di sicurezza, la cui rete é nata grazie ai finanziamenti della CIA, via servizi segreti pakistani (ISI), durante l'invasione dell'Afghanistan da parte dell'URSS -, in un mostro onnipresente e in una minaccia permanente. Ma sembra seguire un copione scritto altrove. Non sarebbe la prima volta.
William Casey, ex direttore della CIA, ammise candidamente che quando apparve il libro di Claire Sterling "La trama del terrore" sguinzagló i suoi agenti per trovare prove solide d'accordo con la teoría del libro in base alla quale il terrorismo degli anni 70 ed 80 era frutto di una cospirazione mondiale orchestrata dall'URSS. Gli esperti, dopo aver letto il libro della Sterling, imbarazzati tornarono da Casey e gli spiegarono che quasi tutti gli episodi citati dall'autrice per sostenere la sua teoria erano stati architettati e preparati dalla stessissima CIA come attivitá di disinformazione diffusa attraverso la stampa estera.
Allora ci sono a mio avviso un paio di domande che dobbiamo porci 1) se non siamo di fronte una minaccia globale terrorista, chi é con quale scopo é responsabile di volerla installare?  2)  Se le minacce in corso non sono tali e se il punto di partenza della guerra globale contro il terrorismo é l'11-S, bisogna concludere che anche in quel caso ció che ci é stato detto non coincide con quanto é realmente accaduto?
Ne parleremo presto.


(1) Le false piste del terrorismo e le nuove guerre, su:  http://www.megachipdue.info/finestre/zero-11-settembre/1847-le-false-piste-terroristiche-e-le-nuove-guerre.html